• Tempo di lettura:8Minuti

“Mi chiamo Marco Bruttapasta e sono diventato un Meret-dipendente”.

“Ciao Marco” – fanno tutti intorno a me e la persona al centro, con un maglione e una tazza con, presumo, del the, mi incoraggia a parlare.

Esito, il poster con il gattino che si arrampica e una frase di incoraggiamento mi distrae, poi esordisco:

“Niente, è iniziata più o meno a giugno, guardavo Sportitalia, un po’ per cazzeggio, un po’ per trovare spunti interessanti per un articolo, quando Michele Criscitiello annuncia che Napoli e Udinese avevano trovato l’accordo per Meret.

La prima reazione è stata, come dire, di stizza… Ma come – mi dicevo – stai un anno dietro Rui Patricio, dietro Leno, te ne esci con Meret? Pensavo a mosse societarie per risparmiare (sparagnare) sullo stipendio. Il lusitano e il tedesco mi sembravano immediatamente più affidabili, in particolare Leno, ho associato ai germanici sempre il rigore e l’ordine, anche se poi me li ritrovavo negli anni ‘90 in Riviera Romagnola sguaiati e birraioli non meno di una comitiva nostrana, mi incazzavo e pensavo: ma in fondo quando cacchio mai li ho visti Leno e Rui Patricio?

E allora ho cercato di farmi piacere Meret, per la serie o t’attacchi a sta minestra o…

E ho iniziato a ricordare le sue partite alla Spal, poche per i problemi fisici.

Non ricordavo suoi errori particolari, a Napoli lo vidi dal vivo, poco impegnato di fronte a una recita sarriana non particolarmente riuscita, un po’ per le pozzanghere, un po’ per il braccino da primato e un po’ perché gli estensi, anche dopo il goal di Allan continuarono a interpretare la gara stile Nereo Rocco.

Mentre Pedullà non smentisce Criscitiello e io invece spero nell’intoppo da diritto di immagine, da ‘nnammurata ‘nzeriosa che vuole vivere a Tarvisio, Latisana e non a Posillipo, perché ha paura che Genny Savastano o Ciro Di Marzio la rapiscano in sonno, mi viene in mente Scuffet.

Scuffet che nel 2014 tutta l’Italia pallonara idolatrava perché da minorenne ancora acne-munito volava da un palo all’altro dell’Udinese, attirando le attenzioni di Atletico Madrid e altri top club.

E allora ricordo che mentre il popolo dei bar inneggiava a Scuffet, proponendolo come portiere della Nazionale per i prossimi 40 anni, Ministro degli interni e vice Pontefice, gli addetti ai lavori, quelli più schivi, meno glamour, quelli che ne capiscono realmente, gli allenatori dei portieri della squadra friulana e delle primavere varie ammonivano: Guardate che il fenomeno vero a Udine è un altro, si chiama Alex Meret.

Non contento, inizio a vedere video su video da Youtube, mi sciroppo tutto il campionato vinto dal portiere in B con la Spal, le Nazionali giovanili, trovare un errore è impresa ardua.

Divento allora Lombrosiano, penso che tene a’ faccia troppo da buono guaglione, che a Napoli se lo mangiano, che Reina invece era un figlio di buona donna e poi con i piedi sembrava Krol, comandava la difesa con il joystick e non fa niente che teneva una percentuale di miracoli bassa assai, ma io a Pepe gli volevo bene, Firenze mi ha strappato il sogno di vederlo festante in Piazza Plebiscito, così come aveva fatto dopo i trionfi spagnoli.

Passano i giorni, manco un intoppo, Meret firma.

Lo vedo a Dimaro, timido e serio, ma non faccio in tempo a dispiacermi che ricordo di aver letto, cartaceo o da kindle- vattelo a ricordà-, la biografia di Zoff, friulano come Meret che ai primi tempi di Napoli quasi viveva come una violenza, una ruffianata il dover salutare la curva prima di ogni gara e dopo ne divenne dipendente, Dino soffrì di SanPaolodipendenza.

Recuperi Dino Zoff da santo internet e vedi che effettivamente nel modo di parare di Meret c’è molto del Dino corregionale, quasi come se da piccoli in Friuli dicessero ai portieri bambini: Guai a te se non stai piazzato bene!

Sarà qualcosa contenuto nei loro prosciutti, nei loro vini, nell’acqua dell’Adriatico che bagna Lignano Sabbiadoro.

Sono quasi pronto allora ad accettare questo portiere giovane a guardia del mio Napoli, che il fato avverso assume le sembianze di un carneade irruento della Primavera, tal Mazzoni, che infortuna il Meret.

E allora i video di Youtube vengono sostituiti dalle fredde statistiche – ha giocato solo 12 partite, stava sempre infortunato! – fior di ortopedici, osteopati sbucano dagli angoli più impensati della città, dalle tabaccherie ai bar, ai punti Snai, e mi illuminano sulla struttura ossea, sulla morfologia del ragazzo concludendo con un “i Pozzo ci hanno fatto un altro pacco!”. Io provo a ribattere che magari fosse un pacco come Allan, Zielinski, ma il silenzio dei miei interlocutori, più concentrati a sorseggiare un Vecchia Romagna o un Vov, mi dissuade dal proseguire.

Passano i mesi, para Ospina, di piede, di pancia, alla Garella e di Meret si perdono le tracce, il ritorno sempre più lontano ingrossa le file degli insospettabili Dottor Mariani che si annidano in ogni angolo della nostra città, da Via Argine a corso Umberto, tra la Pignasecca e Fuorigrotta.

Ma poi esordisce lui, Meret.

L’avversario è il Frosinone, ma è difficile farsi un’idea.

Ciano e compagni non la beccano mai.

Torna con la Spal e le cose cambiano.

Il Napoli come un anno prima segna contro gli estensi ma tiene la partita in bilico troppo tempo, non raddoppierà mai e allora nel finale i ferraresi cacciano la testa da fuori al sacco.

Il Napoli di Ancelotti non ha le precise proiezioni ortogonali, le minuziose squadrature del Napoli passato e ogni tanto qualche distanza sul campo si allunga, su qualche corner c’è un appisolamento.

Scappa Paloschi davanti a Meret, io sono dietro in curva A, leggermente reso più ansioso oltre che dalla partita dal fumo passivo di qualche nuvola che mi fa venire in mente Peter Tosh, non faccio in tempo a imprecare ed avere fame che Meret para!

Ma è al novantesimo che si compie il miracolo, da una selva di teste, spunta la capuzzella gloriosa di Fares e la palla sta per morire nell’angolino quando il criaturo si allunga in tutto il suo metro e novanta e salva il risultato.

O’miracolo, o’miracolo! E non ci sono ampolle e Cardinali Sepe o Duomi in questo caso.

Il tubo catodico non rende giustizia all’impresa fatta da Meret-lo racconto e deglutisco a fatica.

Dallo stadio quel pallone sembrava umanamente irraggiungibile.

Mi accorgo di iniziare a pensare a Meret come un Gordon Banks venuto a salvare tutti noi.

Passano le domeniche, gli avversari per fortuna tirano sempre di meno, ma quando lo fanno Meret c’è.

C’è su una testata maligna di Milinkovic-Savic, su una sassata improvvisa di Veretout, c’è a Parma su Gervinho.

Hai la sensazione di doverti preoccupare solo che quelli lì davanti non vengano presi dalla pucundria, che tanto dietro tra Koulibaly e Meret possiamo dormire tranquilli.

Meret che para, diventa piacevole routine.

La routine di Meret viene spezzata dal calciatore più antitetico caratterialmente al friulano.

Quel Cristiano Ronaldo che fattura come capoluoghi di provincia, che da quando è in Italia ci informano su ogni nanosecondo dell’esistenza sua e dei suoi cari.

Il silenzio contro il baraccone glamour.

Hanno uno scontro di gioco, i due, forse sì, forse no.

Le immagini sembrano esaltare le doti interpretative di CR7, evidentemente formatosi alla Actor’s studio di New York o su tomi lunghi e complessi sul Metodo Stanislavskij.

L’interpretazione dell’uomo atterrato non è meno pregevole di quella di un De Niro in Taxi Driver o di un Al Pacino in Scent of Woman.

Ti aspetteresti che Meret vada ad affrontare a brutto muso Rocchi, Reina per una rimessa laterale diventava vajasso e invece Meret ti smonta, gela Rocchi e la sua inedia affrontandolo con educazione, comunicandogli solo il suo diverso punto di vista.

E allora mi rendo conto che è vero che gli opposti si attraggono; capisco senza aver vissuto l’era Zoff, perché tutti coloro che hanno un’anta di età più di me ancora sospirano pensando a Dino.

Teneva na serietà- sono le tre parole laconiche con cui mio padre liquida ogni mia domanda su Zoff, lo dice sospirando tagliando un’altra fetta di pane casareccio, l’Aglianico sullo sfondo.

Meret ha gli stessi cromosomi di Dino, gli stessi cromosomi di Ottavio Bianchi, un altro che non ha mai assecondato la nostra pazzia, uno che riterresti capace di farti una denuncia per schiamazzi notturni l’ultimo dell’anno e che ti conquista proprio per il suo rigore monastico.

Viene il Salisburgo e io mi esalto più per questo ragazzo che non per la demi-voleè di Ruiz o la finta carechiana di Milik, segno che un problema di dipendenza in me c’è.

Mi inquietano, per il ritorno, le assenze di Maksimovic e Koulibaly, se viene un accidente a Chiriches e Luperto, dovranno giocare in porta Edo De Laurentiis e Starace, ma poi penso che con Meret a proteggerci, potrei giocare stopper pure io che non faccio una corsa da tempo se non per precedere una coppia al tavolo di una pizzeria, il sabato sera.”

Finisco il mio monologo.

Tutti gli altri mi guardano, mi dicono che se sono qui è già un buon passo ammettere di avere un problema.

Ma se io non voglio guarire?

 

Marco Bruttapasta