• Tempo di lettura:4Minuti

C’è però una gara che mi è rimasta nel cuore, più di altre, perchè capitò in un periodo un po’ medievale del Napoli, a metà anni ’90.

Il Napoli della stagione 94/95 era un Napoli che aveva abbandonato da tempo sogni di grandeur.

Lo scudetto del 90 sembrava lontano come il paleolitico.

Le ristrettezze economiche avevano imposto al tifoso napoletano di diventare esperto di CoViSoc, di bilancio più che di mediani o portieri.

Si andava avanti a botte di prestiti, di questua tra Parma e altre grandi, vedendo se fra i loro scarti, ci fosse qualcosa buttato per sbaglio.

Il Napoli 94/95 nasceva dalle ceneri del Napoli di Lippi che aveva conquistato una preziosissima qualificazione europea.

In un sol colpo però erano partiti, con formule diverse, Ferrara, Di Canio, Thern, Fonseca, Bia, Gambaro, in pratica sei titolari su 11 di una squadra che con pochi ritocchi poteva diventare da podio.

Dal mercato arrivarono Agostini, il condor, onesto bomber di provincia, lontano anni luce per mezzi tecnici dai centravanti visti a Napoli negli ultimi 10 anni, il franco-armeno Boghossian, promettente armadio di centrocampo, diverrà campione del Mondo, ma a Napoli sarà tormentato dagli infortuni, il talentuoso Benny Carbone dal Toro, il libero Cruz con licenza di colpire su punizione e il colombiano Rincon, un talentuoso centrocampista, un po’ ciondolante che finirà al Real.
La panca era stata affidata a Guerini che durò come un gatto in tangenziale, poche gare, brutto Napoli e la guida tecnica venne affidata a Boskov.

Il serbo, ex Real ed ex Samp, era un figlio di buona donna e con poche battute risollevò l’ambiente.
In ogni conferenza, il tecnico parlava con enfasi dei propri calciatori: a sentir Vujadin i vari Tarantino, Bordin, Buso sembravano dei fuoriclasse della pelota, degni eredi dei loro predecessori dell’epoca Maradoniana e non degli onesti mestieranti di medio livello.
A Napoli-Lazio del girone di ritorno si arrivò così, con la Lazio di Zeman che sembrava di altro livello, con i suoi Casiraghi, Boksic, Signori, Nedved etc etc.
Non era una Lazio da scudetto ma era una squadra che se in giornata poteva goleare chiunque.
Ed è ciò che stava accadendo quella sera.
Doppietta di Casiraghi e avvisaglie di tre a zero.
Ma nello spogliatoio ci fu il solito doping costituito dalle fiale di autostima di Boskov ed entrò in campo un Napoli trasformato.
Rincon, che con Guerini babbasoneggiava, quella sera divenne Pelè e di testa e in girata realizzò due reti.
Fuorigrotta impazzì come ai tempi belli.
Non si assisteva ormai più ogni domenica a giocate spettacolari come nel settennio di Diego, ci si abituava sempre più a passaggi talvolta sballati a stop sghembi, ma la passione faceva applaudire anche una scivolata di Bordin o un passaggio a 10 metri di Pecchia, o una corsa di Buso.
Carbone sbagliò un rigore.
Altrove l’erede di una 10 così pesante sarebbe stato martirizzato, a Napoli al calabro dedicarono perfino una canzone che esaltava la continuità di classe: Prima Maradona, poi Gianfranco Zola e ora..Benny Carbone!
Potrebbe sembrare una presa in giro feroce, ma invece non era così, era di incitamento ad un giovane talentuoso, ma palesemente inferiore non solo a Re Diego (grazie Orazio) ma anche all’ultimo Di Canio e che poi avrebbe fatto una carriera inferiore alle attese.

Rigore fallito, dicevamo, ma ciò non demoralizzò il pubblico e approfittando della solita, folle, pazza, romantica difesa altissima di Zeman, Buso fu lanciato davanti a Marchegiani e Napoli per una sera si risentì grande come ai tempi del Pibe.

Marco Bruttapasta